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Cosa c’è da ridere?
Dopo alcune settimane di pausa (dedicate alle vacanze e alla scrittura di un libro nuovo per il Sole 24 ORE), rieccoci con buzzword manageriale sino a fine dicembre. Dal nuovo anno infatti buzzword presenterà UNA novità di rilievo (ma ne parleremo più avanti n.d.r).
E ripartiamo da una riflessione sulla satira aziendale. Come la satira politica, che è satira sulla politica dentro la politica (chi fa satira cioè fa politica), anche chi fa satira aziendale fa azienda: ridere migliora le imprese sul serio. E come la satira politica, nasce da un amore profondo verso la Politica con la P maiuscola, la satira aziendale è scritta da chi ama l’Azienda.
“Cosa c’è da ridere?” chiedono coloro che non hanno ancora compreso la differenza tra serio e serioso. Di base: il linguaggio serioso e sacrale dei manager non sempre va preso sul serio. Quintalate di relazioni aziendali, dal tono seriosissimo, sono state dissacrate dall’evolversi degli eventi sui mercati internazionali, crisi improvvise che hanno costretto le aziende a rivedere da un giorno all’altro quei piani.
Se in Cina la Haier, azienda cinese di frigoriferi ecocompatibili, ha aperto nel paese 100.000 punti vendita in 3 anni (!), qualsiasi batteria di riunioni di manager di una azienda di elettrodomestici in Italia nella quale si discuta per sei mesi del nuovo colore del font aziendale diventa una sessione comica senza bisogno dell’intervento di autori esterni di satira. E’ l’evoluzione rapida ed imprevedibile dei mercati, non gli autori di una satira aziendale, ad aver reso risibili alcune scelte. Se non fosse stata tragica, la crisi post 2008 sarebbe stata “tutta da ridere”.
Aziende in-credibili: è il momento della grande sfida. Nel 1907 sulla Terra c’erano 1 miliardo e 700 mila persone. Oggi siamo, dopo solo un secolo, due guerre mondiali e centinaia di conflitti locali, 6 miliardi e 800 mila. Quando in un quiz chiedi alla gente d’azienda di snocciolare questi semplici dati, le risposte sono le più varie.
Quanti saremo nel mondo nel 2025? Tra soli 15 anni si stima che saremo 8 miliardi, tutti da sfamare, vestire, dotare dei prodotti e dei servizi essenziali. C’è una buon segmento di mercato asiatico che può e vuole i prodotti e i servizi avanzati.
Con tutto il lavoro che c’è da fare, è possibile che le aziende, che come dice la parola sono luoghi di azione, siano in crisi? Sì, se qualcuno pensa di affrontare il nuovo mondo globale insegnando il veneto nelle scuole e se la priorità di un collega è difendersi dagli attacchi di un altro a due pareti di distanza dal suo ufficio (vedi metodologia P.I.C. Pararsi il C…) anziché trovare un modo per promuovere un nuovo prodotto o un servizio migliore. In un mondo dove i paesi “emergenti” (cioè già straemersi) hanno deciso di diventare “star”, le aziende scoprono che spesso il competitor non è la Cina e quella grande multinazionale, il nemico è dentro di loro.
Sono abitudini, modi di vedere la realtà, “paradigmi” del passato quelli di cui bisogna liberarsi.
ECONOMIE DI VELOCITA’
Per competere comunicando fuori è necessario che ci siano emozione e velocità dentro le imprese.
Il grande dibattito intorno alla creazione di una identità di impresa, alla gestione della conoscenza e alla formazione ruotano intorno alla nascita di un modello complessivo di comunicazione interna e di management aziendale: creare una visione comune e una disponibilità al cambiamento in imprese che competono secondo la logica della velocità.
Secoli di storia ci avevano abituati al concetto di economie di scala: “sei più forte quanto più giochi sulla scala delle quantità”.
Nel corso di pochi decenni il management delle imprese si è trovato di fronte ad una sfida senza precedenti: “resisti sui mercati se sei veloce nella competizione e nel cambiamento”.
E con le economie di velocità ecco comparire la sfida di allineare persone, di muovere clienti, di riposizionare le imprese in tempi sempre più ridotti.
Per essere veloci nei mercati, bisogna essere anche veloci dentro.
Veloci nel cambiamento, nell’apprendimento organizzativo, nella condivisione di informazioni, umori, sensazioni.
QUESTIONE DI FIDUCIA: ANNAN
“Dobbiamo guardare oltre i programmi di pura facciata delle public relation e della responsabilità sociale d’impresa”
così afferma Kofi Annan raccogliendo la rabbia generalizzata da parte dell’opinione pubblica per l’irresponsabilità dei manager della finanza dei mercati e l’omessa vigilanza da parte dei governi.
Riconquistare la fiducia perduta diventa un fattore chiave per la ripresa dei mercati: ma la fiducia non è solo questione di comunicazione. La fiducia nasce dalla capacità delle imprese e del management di guardarsi dentro e scoprire i “vizi manageriali”.
Come in una fiction realizzata per RAI-Canalelavoro già nel 2002, si tratta di toccare con mano gli atteggiamenti che hanno prodotto la rottura di un rapporto fiduciario con i clienti.
D’altro canto, afferma Annan, si tratta anche di mettersi al servizio di quei clienti che il mondo non ha ancora servito: l’Africa in primis che rappresenta un mercato potenziale enorme di quasi 500 milioni di consumatori.
crescita delle connessioni cellulari divise per regioni in africa (2007)
Per adesso i consumatori africani non hanno accesso ai servizi più elementari. Chi troverà il metodo più corretto per raggiungerli? Anche questa è una opportunità del momento: l’opinione pubblica giudicherà i vertici industriali non solo da quello che dicono ma soprattutto da quello che fanno.
IL TUO PEGGIORE CONCORRENTE? YOU!
Come nello specchio di Time, in questi mesi di trasformazione dei mercati le imprese scoprono il loro peggiore concorrente: se stesse, o meglio quella parte di sé che negli ultimi anni non ha voluto cambiare ed ora si trova più scoperta.
C’è chi scopre che il suo servizio non è sufficientemente accattivante: ed ecco che il cliente va a tagliare in primis proprio la spesa per quel servizio. Altri non hanno innovato i processi e si trovano sorpassati da aziende che hanno lavorato coinvolgendo i collaboratori in un ridisegno del modo di lavorare: e hanno contenuti i costi.
Girando nelle imprese in queste settimane sembra che ognuno, più che concentrarsi sulla sua concorrenza, si sia messo a cercare il suo nemico dentro, laddove l’organizzazione non è in grado di far fronte, con i suoi anticorpi, alle questioni del momento.
E se fossero proprio gli anticorpi ad essere impazziti? Nel senso che reagiscono a fenomeni che non sono patologici o dannosi ma sani e magari non sanno reagire ai veri pericoli del momento? Lavorare con i linguaggi, con le storie, con la narrazione, con la fiction permette di mettere a fuoco proprio quel concorrente interno che ora si fa avanti.
Beat yourself, o almeno la parte meno evoluta di te.






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