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C’ERA UNA VOLTA IL CONFINE

nishan_fp_leapPer mettere in scena l’attaccamento del management alle forme d’impresa del passato non bastano più linguaggi simpatici, serve un attacco diretto: il sarcasmo, lo humour feroce… Eccoli alle prese con la mania di preservare il confine della loro funzione, della loro specializzazione, della loro azienda. In un mondo dove i confini cadono. C’era una volta il confine tra un paese e l’altro. Ma l’inquinamento… C’era una volta il confine tra i paesi con forte incremento demografico e quelli che no… Ma i flussi migratori… C’era una volta il confine tra i paesi capaci e i paesi incapaci. Ma la rete e le interdipendenze… C’era una volta il confine tra chi produceva musica e chi la ascoltava. Ma la possibilità di scaricare musica on-line… C’era una volta il confine tra chi dirigeva e chi realizzava. Ma le nuove tecnologie, la velocità della tras-formazione, le nuove generazioni… C’era una volta il confine tra maschi e femmine… Osservate l’atteggiamento dei manager: sono interessati a governare il confine o lavorano come se il confine esistesse di suo?

Nelle aziende, nei governi, nelle persone è partita la caccia al colpevole per la crisi e la ricerca di una ricetta da applicare per risolvere il problema.

Come scrive Enzo Rullani, c’è in giro una vulgata della crisi che la considera quasi una disgrazia venuta dal cielo, o il frutto di una serie di esagerazioni, imbrogli ed errori, a cui, oggi, occorre rimediare.[…] Di qui la domanda ricorrente: chi è la colpa di tutto questo?  E la risposta, sbagliata ma non per questo meno convinta: degli altri, naturalmente. […] La verità è che la crisi non è dovuta ad errori fatti da liberisti o statalisti in buona fede, né da sabotatori dei due modelli infiltrati nel meccanismo. Ossia ad eventi che possono essere “curati” espellendo guasti e guastatori dalla fisiologia dei due modelli ideali che ancora una volta si contendono il campo. […]”.

Le ricette in questo caso non sono possibili perché la crisi non è un problema da risolvere, ma è una trasformazione da vivere. Il mercato ha cambiato e sta cambiando forma e noi negli anni scorsi ci siamo irrigiditi su linguaggi, forme, modelli del passato senza accettare la mutazione che stava avvenendo nel nostro corpo. Così, come l’adolescente che non accetta la trasformazione di sé, siamo in crisi.

Come Rullani ricorda questa trasformazione è legata a 3 crisi:

  • una crisi di domanda da interdipendenza non governata, che ha sfasciato i rapporti tra domanda e offerta, portando a picco i valori attribuiti dai mercati agli assets materiali e immateriali di cui disponiamo (e che non sono spariti, anche se nessuno li vuole comprare, trascinando i prezzi verso lo zero);

  • una crisi da squilibri competitivi non facilmente aggiustabili, dovuta alla perdita della distanza che isolava in precedenza paesi dotati di costi del lavoro assolutamente inconfrontabili e che oggi invece fanno parte dello stesso villaggio globale. Mettendo in moto dinamiche competitive di grande portata, tali da portare stabilmente fuori equilibrio molti capitalismi nazionali (tra cui il nostro), bisognosi di un drammatico riposizionamento;

  • una crisi da insostenibilità, in tutti quei campi – e sono molti: ambiente energia, cibo, cultura, conoscenza sociale – in cui la crescita è andata avanti dritta per la sua strada, senza curarsi di rigenerare le sue premesse.

credits immagine: Nishan Akgulian

IL TUO PEGGIORE CONCORRENTE? YOU!

febbraio 21, 2009 1 commento

Come nello specchio di Time, in questi mesi di trasformazione dei mercati le imprese scoprono il loro peggiore concorrente: se stesse, o meglio quella parte di sé che negli ultimi anni non ha voluto cambiare ed ora si trova più scoperta.

C’è chi scopre che il suo servizio non è sufficientemente accattivante: ed ecco che il cliente va a tagliare in primis proprio la spesa per quel servizio. Altri non hanno innovato i processi e si trovano sorpassati da aziende che hanno lavorato coinvolgendo i collaboratori in un ridisegno del modo di lavorare: e hanno contenuti i costi.

Girando nelle imprese in queste settimane sembra che ognuno, più che concentrarsi sulla sua concorrenza, si sia messo a cercare il suo nemico dentro, laddove l’organizzazione non è in grado di far fronte, con i suoi anticorpi, alle questioni del momento.

E se fossero proprio gli anticorpi ad essere impazziti? Nel senso che reagiscono a fenomeni che non sono patologici o dannosi ma sani e magari non sanno reagire ai veri pericoli del momento? Lavorare con i linguaggi, con le storie, con la narrazione, con la fiction permette di mettere a fuoco proprio quel concorrente interno che ora si fa avanti.

Beat yourself, o almeno la parte meno evoluta di te.

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